Invideo ergo sum.

C’è una parola che oggi si tende ad evitare, rimuovere, certe volte negare. Una parola che vive costantemente sotto un faro spento: sta là ma nessuno la mette in mostra. Sto parlando dell’invidia.
Nel guidare l’esplorazione dei vissuti di frustrazione dei miei pazienti mi capita spesso di imbattermi in questo sentimento così difficile da riconoscere e nominare.

Ira, gelosia, pigrizia sono emozioni che riescono a trovare più agevolmente un modo per essere dichiarati e certe volte confessati, anche se sotto voce, anche se a occhi bassi. L’invidia, al contrario, è un sentimento che si tende a rifiutare infastiditi.

Honorè De Balzac sosteneva che l’invidia è una confessione di inferiorità

Potremmo partire da questa considerazione per comprendere il perchè di tanta resistenza a riconoscersi invidiosi: dichiararsi invidiosi equivarrebbe ad autodenunciare la propria mancanza, un’ombra che non ci piace, dalla quale vogliamo difenderci e che, per questo motivo, può essere facilmente negata o proiettata sugli altri. Difficile incontrare qualcuno che si dichiari invidioso, molto più facile invece sentire etichettare qualcuno come “invidioso”.

Parola di origine latina, da in-videre ovvero “guardare storto”, “guardare di traverso”, rappresenta l’atteggiamento dal quale la cultura popolare prende spunto quando definisce “malocchio” (ovvero “occhio cattivo”) le sventure provocate da chi è contrariato dalla nostra prosperità; secondo la cultura cattolica, invece, l’invidia è un vizio capitale (che letteralmente significa che chi li commette è destinato alla morte, quantomeno dello spirito) e il suo opposto, tra le virtù, è la carità: in poche parole chi non ha carità è condannato all’invidia.

In termini psicologici oggi parliamo di “Invidia e gratitudine” prendendo in prestito questi termini da Melanie Klein, nota psicanalista austriaca che così ha intitolato uno dei suoi saggi più apprezzati. Dice la Klein:


Nella foto Melanie Klein

“La difesa contro l’invidia assume spesso la forma di una svalutazione dell’oggetto. Ritengo che il danneggiare e lo svalutare siano inerenti all’invidia. L’oggetto che è stato svalutato non ha più bisogno di essere invidiato […]”

Dunque per non sentire l’angoscia dell’inadeguatezza ci difendiamo dall’invidia ricontrattando il valore dell’altro. Questa modalità di ricontrattazione si basa sull’erroneo assunto che se riconosco il valore di qualcuno sto implicitamente riconoscendo una mia mancanza e dunque potrebbero farlo anche gli altri. Quando questo accade cominciamo a fare delle valutazioni che sono di natura comparativa e non assoluta. Parcellizziamo talenti, caratteristiche, capacità, bellezze e, come in un gioco di bambini, li accostiamo ai nostri e ne misuriamo, efficacia, fascino, potere, in una parola “valore”. Questa frammentazione il più delle volte ci impedisce di vedere che il nostro valore risiede nell’insieme di ciò che siamo e che non viene penalizzato da ciò che possiedono gli altri rispetto a noi.

La sua caratteristica di innominabilità e il carico di insicurezza che la sottende, rendono l’invidia una delle emozioni più solide all’origine delle personalità passivo aggressive

“tu hai qualcosa che io vorrei, mi ritengo incapace di ottenerlo, se lo dichiarassi dovrei dichiarare la mia inferiorità e allora ti aggredisco passivamente”.

Un frequente attacco passivo quando c’è di mezzo l’invidia è il pettegolezzo; screditare qualcuno che ha raggiunto un traguardo ambito alleggerisce il peso della responsabilità (che è orientato al passato, a qualcosa che non si può cambiare) e permette di evitare uno sforzo verso il miglioramento (che è orientato al futuro, a qualcosa che si può modificare).
Che lo vogliamo o no, siamo formati da sostanza materiale, carne, ossa e sangue e dalle reazioni agli incontri che urtandoci lasciano un segno. Siamo l’effetto certe volte casuale, altre volte voluto, di scontri con una realtà esterna e che può essere percepita come migliore o peggiore di noi. Nella vita ci potrà capitare molte volte di incontrare qualcuno più bravo di noi, più intelligente di noi, più ricco di noi.

Quando in questo urto ci ripieghiamo su noi stessi e ci mettiamo in competizione con l’altro stiamo perdendo una grande occasione:

quella di aprirci all’altro, di imparare, di conoscere qualcosa di diverso da noi e che addirittura ci ha toccato nel profondo, che addirittura ci piace, quello di ricevere un regalo e ringraziare. In una parola, di cambiare.

L’invidioso si condanna a restare fermo dov’è in attesa che l’altro mostri una parte fragile di sé (e anche se non la mostra, l’invidioso troverà il modo per trovarla!), giudicarla, e potere infine dire “Tutto sommato non è poi migliore di me!”.
L’incontro con qualcuno che riteniamo migliore di noi dovrebbe spingerci a cercare nuove strade per migliorarci, altrimenti l’alternativa è quella di puntare il dito verso di lui, sperando che prima o poi mostri una crepa

in una narcisistica profezia di superiorità che si auto avvera e che in realtà nasconde un carico di sfiducia e paura rispetto al proprio valore.

Se vi riconoscete in uno di questi tratti, o se riconoscete qualcuno che vi sta vicino, niente paura. Nel primo caso è possibile chiedere un colloquio con uno psicoterapeuta al quale esporre i vostri disagi, sarete ascoltati senza giudizio e sostenuti in un percorso di svelamento delle vostre risorse;
nel secondo caso, se vi sta a cuore il rapporto con una persona che mostra atteggiamenti invidiosi e comportamenti aggressivi verso ciò che siete o possedete, avete due possibilità: chiedere alla persona in questione un confronto e provare ad attraversare questa difficoltà uscendone entrambi più ricchi; oppure, se si dovesse rifiutare, non vi resta che allontanarvi, evitare una relazione che a lungo andare può rivelarsi tossica e dannosa e ringraziare voi stessi: perchè la gratitudine è sempre una buona idea, anche nei propri confronti.

Invideo ergo sum.
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